Violenza nelle relazioni lesbiche

Nel percepire e descrivere le dinamiche di una coppia lesbica, generalmente si parte dalla visione secondo la quale l’uomo è l’aggressore e di conseguenza ci si immagina che le relazioni tra donne siano paritarie, libere da violenza, anche perché spesso le donne non sono viste come soggetti violenti. La difficoltà nell’accettare la possibilità che anche queste relazioni possano essere in realtà violente crea un ostacolo all’individuazione di segnali di allerta e al riconoscimento della violenza quando la si vive.

Le dinamiche, i comportamenti, gli atteggiamenti violenti nelle relazioni tra donne lesbiche ricalcano la stessa spirale della violenza che si produce nelle relazioni eterosessuali perché, al livello della relazione, hanno lo stesso punto di partenza: la volontà da parte di uno dei soggetti della relazione di esercitare un potere, un controllo e determinare l’altra persona, non accogliendone i desideri e i bisogni, ma facendo valere solamente la propria volontà su quella dell’altra.

Nelle relazioni lesbiche, tuttavia, troviamo dei tratti specifici attraverso i quali la violenza si manifesta: le dinamiche che si instaurano hanno delle peculiarità dovute sia al contesto di vita differente (appartenenza alla comunità LGBTQI, luoghi di aggregazione, socialità ecc.), che al fatto che la violenza di genere venga agita da un soggetto (la donna lesbica) che è differente da quello che nella società e nelle relazioni eterosessuali ha di solito il potere (l’uomo eterosessuale).

LE MANIFESTAZIONI DELLA VIOLENZA

La violenza nelle relazioni lesbiche, così come avviene in quelle eterosessuali, non è necessariamente agita a livello fisico (ciò ovviamente non significa che non esista la violenza fisica tra donne), ma anche a livello emotivo e psicologico. Ciò può avvenire tramite la manipolazione dell’altra persona (ad esempio scegliendo al posto tuo e portandoti a fare ciò che non vuoi tramite le menzogne, creando insicurezza, dipingendo una realtà falsata della relazione, nascondendo informazioni, evitando il confronto sincero); la mistificazione della relazione e della violenza che si agisce e/o il ricatto emotivo.

Nel tentativo di individuare quelle modalità violente che si manifestano specificatamente, o più frequentemente, nelle relazioni lesbiche, occorre sottolineare che tale elenco non implica che in questo tipo di relazioni non si verifichino anche le ‘tipiche’ manifestazioni di violenza (abuso fisico, stupro, minacce, stalking, etc.).

SONO MANIFESTAZIONI E DINAMICHE VIOLENTE RICONOSCIBILI NELLE RELAZIONI LESBICHE:

quelle agite sull’identità di genere, l’orientamento sessuale e le modalità relazionali della partner

La partner violenta attacca e sminuisce la tua identità sia dal punto di vista dell’orientamento sessuale (ad esempio, vieni accusata di non essere una “vera lesbica” perché non agisci come la partner si aspetta e/o se  manifesta desideri bisessuali), che dell’identità di genere (ad esempio, nel caso delle donne mascoline: “non sei una vera donna”), che delle modalità relazionali (la partner violenta pretende da te che ti conformi al suo modo di vivere la relazione di coppia).

La minaccia di outing

La partner violenta sfrutta l’omofobia della società, minacciandoti di dire a tutti che sei lesbica e costringendoti a dichiararti in famiglia o sul posto di lavoro (ad esempio, “vengo in ufficio da te e lo dico a tutti”).

Invisibilizzazione della relazione

La partner violenta può sminuire e invisibilizzare la relazione con te. Questo può avvenire nel momento in cui decide di comportarsi come un’estranea nei tuoi  confronti in pubblico, rendendoti insicura rispetto alla relazione (una relazione, quella lesbica, che già non viene riconosciuta dalla società); decidendo di rifiutare di parlare della relazione stessa e dei problemi con te, etichettandoli come poco importanti; tentando di stabilire unilateralmente quando comportarsi come parte di una coppia o ignorarti. L’invisibilizzazione, inoltre, si attua quando la partner violenta mistifica la relazione davanti agli altri (ad esempio ammettendo di essere lesbica ma negando l’esistenza di quella relazione sentimentale specifica) o mistifica la violenza che agisce (“questa non è violenza perché anche io sono una donna”) anche quando tu manifesti del disagio e chiedi di problematizzare la relazione (“le relazioni tra donne sono così”).

Isolamento all’interno della comunità LGBTQI

Questo avviene facilmente se tu hai da poco fatto coming out e sei nuova del giro, se non hai più contatti con la tua vecchia comunità, se le amicizie sono in comune. In questo contesto tu potresti non avere amicizie che non siano mediate dalla presenza della tua compagna e puoi facilmente venire isolata nella comunità in caso di litigio o presa di distanza della tua partner. Metterti ai margini rispetto al gruppo sociale, rendendoti dipendente dalla propria presenza nella socialità nonché manifestare fastidio per la tua presenza nei momenti collettivi, è violenza.

Questo isolamento avviene molto facilmente se la persona violenta tende ad appropriarsi di un ruolo di potere derivante dalla comunità ristretta. Quello stesso ruolo di potere che in genere nella società hanno gli uomini, e che genera violenza nelle comunità ristrette di amiche, donne, lesbiche, può essere agito dalla donna producendo una dinamica violenta nella relazione intima.

Chi ha un ruolo riconosciuto nella comunità, facilmente sceglie per gli altri e determina la volontà altrui, anche e soprattutto nella relazione intima. Far valere il proprio ruolo sociale nella relazione, accentrando la possibilità di scegliere solo su di sé, facendo ruotare tutto intorno ai propri desideri e non lasciando spazio a te, è un atteggiamento violento.

Ricatto emotivo tramite l’autolesionismo

Minacciare di farsi del male o farlo davanti a te è un’azione molto violenta che incute in te senso di colpa e assoggettamento, rendendoti insicura e impaurita.

Tramite l’atto autolesionista, la partner violenta intende condizionare il tuo comportamento, responsabilizzandoti rispetto allo stato di salute della compagna che minaccia di farsi del male e inducendoti a rimanerle vicino proprio perché vieni accusata di determinare, con il tuo comportamento, la depressione e gli atti autolesionistici dell’altra.

Gli atti autolesionistici determinano, inoltre, un forte senso di paura nella partner: potresti iniziare anche a temere per la tua incolumità fisica perché, nonostante per il momento l’altra agisca atti fisici solo su se stessa, in futuro potrebbero essere rivolti contro di te.

Autovittimizzazione

Il condizionamento dei tuoi comportamenti può anche avvenire tramite l’autovittimizzazione. Spesso la persona violenta è anche quella che si dipinge come vittima della società, delle contingenze, degli avvenimenti (nello specifico si autovittimizza rispetto al suo non essere accettata nella società, o usando in modo strumentale abusi e violenze subiti in quanto donna o lesbica), in modo da sollecitare la cura da parte tua, evitare il conflitto (“non discutiamo perché sto male”) e porre al centro della relazione il proprio disagio (vero o mistificato) e il proprio bisogno di essere accolta. La persona violenta, in questo modo, ti impedisce di concentrarsi su di te, ti costringe a dare cure e attenzioni (spesso a senso unico) e stimola in te un profondo senso di colpa (“tu mi dovresti capire”) nel caso in cui tu provi a sottrarti dall’attività di cura.

IL RICONOSCIMENTO DELLA VIOLENZA

Riconoscere di vivere una relazione violenta non è mai un processo facile e solo chi la vive in prima persona può decidere di affrontarla. E’ infatti importante sottolineare che i tempi del riconoscimento di una relazione violenta e di eventuale fuoriuscita dalla stessa sono soggettivi e impossibili da determinare da una persona esterna alla relazione, sostituendosi quindi alla persona direttamente coinvolta.

Nel caso delle relazioni tra lesbiche, come già detto, esistono degli ostacoli specifici al processo di riconoscimento, rispetto a quanto avviene nelle relazioni eterosessuali, che sono determinati dagli stereotipi sulle donne e sulle lesbiche e dall’isolamento che esse vivono all’interno della società.

E’ quindi importante nominare gli elementi di difficoltà che si possono incontrare in questo percorso per cercare di decostruirli, sperando che ciò possa rappresentare un aiuto a chi si ritrova ad affrontarli, ma anche per lavorare affinché la percezione esterna non limiti la persona interessata nel suo percorso di uscita da una relazione violenta.

I miti che si sono creati attorno alle relazioni lesbiche sono fuorvianti e rappresentano essi stessi un ostacolo nel percorso di uscita dalla violenza perché contribuiscono ad invisibilizzare la violenza nelle relazioni tra lesbiche. Parlare di violenza nelle relazioni tra donne è il primo modo per affrontarla ed è importante parlarne in maniera consapevole senza riproporre degli stereotipi.

 

ALCUNI MITI SULLA VIOLENZA NELLE RELAZIONI LESBICHE:

 

Gli abusi sessuali non esistono nelle relazioni lesbiche

Il sesso forzato può esistere anche nelle relazioni lesbiche. L’abuso sessuale non riguarda solo la penetrazione vaginale violenta e forzata: la coercizione svolge un ruolo fondamentale nell’abuso sessuale, così come la minaccia di esercitare violenza. Atteggiamenti degradanti dal punto di vista sessuale, ad esempio, possono minare in maniera sistematica l’autostima sessuale e portarti ad accondiscendere al sesso, o a forme di sesso ritenute dolorose e umilianti, solo per far sì che la partner ti lasci in pace.

Le donne non sono violente

Le donne possono essere violente e possono esserlo in maniera fisica. L’idea che le donne siano sempre e solo concilianti e pacifiche, oltre ad indebolirle ed infantilizzarle, impedisce di nominare la violenza di una donna sull’altra e quindi contribuisce ad invisibilizzare la violenza stessa. Questo avviene non perché esista una differenza biologica tra donne e uomini rispetto al comportamento, ma perché nella società le donne vengono educate a non utilizzare la violenza e la forza fisica e ad ottenere con altri mezzi quello che vogliono.

La violenza nelle relazioni lesbiche è reciproca

Le persone pensano che la somiglianza fisica determini comportamenti identici e, quindi, ignorano completamente i fattori, diversi dal genere, che possono creare squilibri di potere. Dire che le disuguaglianze non esistono significa ignorare fattori come il razzismo, l’omofobia interiorizzata, l’abilismo [ii], le disparità economiche, l’età e tanti altri fattori che possono creare un differenziale di potere in una relazione. La violenza di coppia è un sistema di comportamenti coercitivi e di abuso finalizzati a mantenere il potere e il controllo su di te. Anche se la persona abusata può alzare le mani durante una lite non è detto che sia la persona che detiene il controllo della relazione.

L’aggressora è sempre la butch [iii]

In primo luogo, non in tutte le relazioni lesbiche c’è una butch. In secondo luogo, non c’è una correlazione necessaria tra la mascolinità di alcune donne e i comportamenti violenti. Se ci fosse, dovremmo aspettarci da ogni essere mascolino di essere violento. Questo mito può creare due tipi di effetti perversi: da un lato, espone le butch a gravi rischi quando tentano di troncare una relazione violenta perché rischiano di non essere credute; dall’altro, perché l’altra donna può sfruttare questo luogo comune per minacciare la partner.

 

Leggi qui come altri luoghi comuni sulla violenza siano privi di fondamento.

 

Oltre ai luoghi comuni appena elencati, relativi alle relazioni tra due donne, esistono ulteriori ostacoli che rendono difficoltoso il riconoscimento di una relazione lesbica violenta che, in parte sono comuni anche alle relazioni eterosessuali, in parte godono di una loro specificità:

  • L’omofobia interiorizzata [iv] costituisce un ostacolo rilevante al processo di riconoscimento di una relazione lesbica violenta. Percepire come sbagliata la propria sessualità può facilitare la violenza e il controllo da parte della partner su di te. Quando l’omofobia viene interiorizzata dalla persona che subisce violenza, può ostacolare il riconoscimento di dinamiche violente: considerando la relazione omosessuale sbagliata a priori, la si immagina necessariamente infelice.
  • Tu che subisci violenza potresti, inoltre, avere un atteggiamento di protezione e difesa della relazione che vivi nei confronti dell’esterno per non esporla a critiche o commenti lesbofobici e non alimentare la percezione negativa che la società ha delle relazioni non eterosessuali (Le violenze di coppia? tra noi non esistono!).
  • Le relazioni tra lesbiche ripropongono spesso il modello di relazione di coppia eteronormata [v], assumendolo come l’unico possibile e socialmente accettato. Per questo motivo, comportamenti e atti violenti possono non essere riconosciuti in quanto tali poiché solitamente rientrano nell’immaginario ordinario di coppia eteronormata.
  • Un’ulteriore barriera al riconoscimento della violenza può consistere nel fatto che sia tu che l’aggressora siete entrambe donne e lesbiche e quindi soggetti generalmente discriminati dalla società. Quindi le azioni dell’aggressora possono essere giustificate proprio per le violenze che anche lei subisce o ha subito in quanto donna e\o lesbica. Tu potresti tendere a giustificare la violenza per due motivi: da un lato, per la forte empatia che ti lega all’altra derivante dal fatto che entrambe potete avere alle spalle un vissuto di discriminazioni e abusi; dall’altro, per la compassione che può suscitare un passato di violenze e abusi vissuto dalla partner violenta.

LA FUORIUSCITA DALLA RELAZIONE VIOLENTA

Anche per quanto riguarda le strategie di fuoriuscita, le relazioni lesbiche violente presentano dei tratti che le accomunano allo stesso tipo di relazioni eterosessuali ma anche delle specificità proprie delle relazioni che si intessono tra persone dello stesso sesso. Tali specificità, che costituiscono ulteriori ostacoli nel percorso di liberazione da dinamiche di abuso e controllo, si articolano su due livelli differenti.

 

IL LIVELLO DELLA COMUNITA’

Come già evidenziato in precedenza, le comunità LGBTQI sono in genere di dimensioni ridotte e composte, col passare del tempo, da persone che si conoscono e che spesso hanno avuto relazioni tra di loro. L’oppressione che tutti i membri della comunità sperimentano nella loro vita, in quanto soggetti che non si adattano al modello relazionale eterosessuale prevalente nella società, comporta la creazione di legami comunitari molto forti e porta la comunità stessa a chiudersi attivando dei meccanismi di difesa verso l’intolleranza e l’omofobia provenienti dall’esterno. In alcuni casi, nel tentativo di autoproteggersi, la comunità può sminuire, normalizzare, non riconoscere la violenza esistente. Questo può diventare un ostacolo alla tua fuoriuscita dalla relazione, potresti mettere in discussione la tua percezione della violenza poiché non trovi riscontro nelle persone a te vicine.

La struttura stessa dei rapporti all’interno della comunità LGBTQI, quindi, può non facilitare l’emergere della violenza nelle relazioni lesbiche e non ti incentiva a raccontare quello che ti succede e a richiedere aiuto all’interno della tua comunità. Si consideri, inoltre, che sia l’aggressora che tu siete entrambe membri della stessa comunità.

Di conseguenza, denunciare pubblicamente di star vivendo una relazione lesbica violenta può comportare i seguenti effetti:

  • compromettere  la solidità e l’unità della comunità e creare delle spaccature al suo interno che potrebbero indebolirla: se la comunità stessa non si è dotata degli strumenti per affrontare episodi del genere  potrebbe trovare più facile ignorare la vicenda, facendoti sentire sola e senza alcun tipo di supporto;
  • suscitarti la paura e il rimorso di isolare la partner violenta pensando che non troverebbe, in quanto lesbica, alcun tipo di sostegno al di fuori della comunità LGBTQI;
  • suscitarti il terrore di ritrovarti isolata all’interno della tua comunità: questo accade soprattutto quando tu, che subisci la violenza, godi di meno prestigio,  potere e riconoscimento all’interno della comunità e/o se sei una persona alle tue prime esperienze lesbiche. In questo caso, infatti, è più probabile che non verrai creduta o che verrai emarginata e costretta a ritrovarti isolata nel contesto esterno alla comunità che, probabilmente, hai faticato ad abbandonare o da cui ti sei allontanata in modo traumatico.
IL LIVELLO DELLA SOCIETA’

Se la comunità LGBTQI non è in grado di sostenere la persona aggredita e di gestire i casi di violenza tra lesbiche che si verificano al suo interno, tanto meno è in grado di farlo la società eterosessuale.

Tale inadeguatezza è comprensibile se si considera che:

  • in Italia non esiste alcuna forma di riconoscimento istituzionale delle relazioni tra persone dello stesso sesso: questo tipo di unioni per la legge semplicemente non esistono e le persone interessate non vengono in alcun modo tutelate;
  • non solo la legge non riconosce le relazioni tra lesbiche, ma la società è ancora intrisa di una forte omofobia: l’emergere di episodi di violenza tra persone dello stesso sesso viene, quindi, strumentalizzata per dimostrare che questo tipo di unioni sono, per la loro stessa natura, patologiche e degeneri e quindi condannabili;
  • la  negazione a livello sociale delle relazioni tra persone dello stesso sesso fa sì, inoltre, che manchino completamente strumenti di ascolto e supporto per le lesbiche che intendano fuoriuscire da una relazione violenta: non esistono numeri verdi da chiamare, né sportelli antiviolenza a cui rivolgersi. Si consideri, anzi, che uno sportello antiviolenza che non ha intrapreso alcuna formazione su relazioni di questo tipo rischia di accogliere al suo interno sia l’aggredita che l’aggressora in quanto entrambe soggetti di genere femminile, esponendo la prima ad un ulteriore fattore di stress e rischio. Lo stesso rischio riguarda anche le case rifugio per donne maltrattate. Per questo motivo sarebbe fondamentale elaborare e sviluppare strumenti di supporto e accoglienza ad hoc per questo tipo di relazioni.
  • la  mancanza di riconoscimento e supporto si combina con veri e propri ostacoli di natura legale al percorso di fuoriuscita: si pensi al caso in cui la relazione lesbica violenta coinvolga anche dei figli. La legge italiana non prevede in alcun caso che un minore abbia due madri (o due padri): il/la minore sarà considerato/a figlio/a solo della madre biologica, escludendo quindi le step-child adoption [vi].
  • I minori, dunque, nel caso di relazioni tra donne possono costituire ancor di più uno strumento di ricatto e ulteriore violenza. Nel caso in cui la madre biologica sia l’aggressora, i figli possono essere utilizzati come elemento di pressione per non far venir fuori i maltrattamenti: in caso contrario, alla madre non biologica non verrebbe più permesso di vederli. Nel caso in cui, la madre biologica fosse la persona aggredita, invece, l’aggressora potrebbe minacciarla di minare la sua affidabilità e competenza  come madre, di rivelare il suo orientamento sessuale e di farle perdere la custodia dei figli.

Alla luce degli elementi appena riportati, risulta evidente che del tema della violenza nelle coppie lesbiche si discuta ancora troppo poco: si tende, invece, ad ignorarlo e nasconderlo, non fornendo alla persona aggredita né riconoscimento, né sostegno. Le informazioni qui riportate non sono in alcun modo esaustive e il contributo di ciascuna è prezioso per un’elaborazione ulteriore. Uscire da una relazione violenta è sempre possibile, ed è importante iniziare a parlare della violenza tra lesbiche nella comunità LGBTQI affinché non venga più invisibilizzata.

[i] Ci siamo concentrate soprattutto sulle relazioni in cui la persona che subisce violenza è una donna lesbica, per questo di seguito scriveremo al femminile e faremo riferimento a relazioni tra donne. Non sappiamo se quanto abbiamo scritto possa effettivamente servire come strumento nel caso di altre soggettività.

[ii] L’abilismo può essere definito come un atteggiamento discriminatorio nei confronti di persone che non si conformano all’idea socialmente diffusa di salute fisica e mentale e, più in generale, l’atteggiamento di presupporre che tutte le persone debbano avere un corpo “abile” e, quindi, utile alle esigenze di produzione economica.

[iii] Il termine ‘butch’ si riferisce ad una lesbica che si identifica come mascolina nell’apparenza e negli atteggiamenti.

[iv] Per omofobia interiorizzata si intende l’assumere su di sé l’omofobia appresa nella società, indirizzando verso se stessi, e la propria relazione, la discriminazione e il rigetto dell’omosessualità.

[v] Per relazione eteronormata si intende quella relazione di coppia che si conforma all’immaginario socialmente dominante di come una relazione affettiva dovrebbe essere: tendenzialmente eterosessuale, basata su ruoli di genere (uomo/donna) chiaramente definiti, fondata su dinamiche di controllo, possesso e gelosia.

[vi] Per step-child adoption si intende il riconoscimento legale del legame di maternità in favore della partner che non è la madre biologica del minore.