SUPPORTO PSICOLOGICO

L’abuso domestico può avere conseguenze molto negative per la salute mentale di una persona [1] quindi, se sei stata vittima di abusi domestici, potresti soffrire dei sintomi della depressione o dell’ansia, o addirittura di entrambi. Questa è la normale reazione del tuo corpo all’enorme stress dovuto al rapporto abusivo. Ciò non significa che sei debole o sbagliata, significa semplicemente che sei umana!

Non sentirti in colpa per il fatto che provi queste sensazioni di depressione o ansia perché non è colpa tua se stai soffrendo. Nessuno sceglie o merita di soffrire di un problema di salute mentale. Alcune persone infatti lottano così tanto che finiscono con il credere di perdere il controllo o di impazzire. Se questo è il tuo caso, non preoccuparti perché la realtà è diversa: non stai né perdendo il controllo né impazzendo. Stai semplicemente attraversando un periodo difficile. É importante che tu capisca che non sei sola. Molte persone stanno vivendo o hanno vissuto in passato questi sintomi spiacevoli e molte di loro sono state in grado di superarli perché, per fortuna, i problemi di salute mentale possono essere curati. Il senso di perdita del controllo che si percepisce quando si è affetti da un problema di salute mentale come la depressione o l’ansia potrebbe essere dovuto al fatto che non si conosce il motivo per il quale si stanno verificando questi sintomi negativi.
Consultare quindi un/a professionista della salute mentale può essere estremamente utile. Uno psicoterapeuta ti può informare e aiutare a capire la natura della tua condizione e il tuo processo di recupero [2]. Ti può insegnare come affrontare sia questi sintomi sia gli eventi negativi della vita. Cosa ancora più importante, è qualcuno con il quale puoi parlare in un ambiente sicuro, che ti mostrerà comprensione e ti ascolterà senza essere critico e senza giudicarti in alcun modo. Nel testo segue ora un elenco di alcuni dei tipi più diffusi ed efficaci di trattamenti psicologici. Leggili per scoprire con quale ti sentiresti più a tuo agio. Tieni presente che in tutti i trattamenti psicologici la riservatezza tra il/la terapeuta e il cliente è garantita.

TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE (TCC O CBT)

Quando si pensa alla ‘psicoterapia’, potrebbe venire in mente l’immagine di una persona sdraiata su un divano che parla della sua infanzia. Tuttavia, questa immagine è completamente diversa dal tipo di trattamento previsto dalla TCC. Innanzitutto, invece di concentrarsi sull’infanzia e sulle esperienze passate, la TCC si concentra sui sintomi presenti. Per questo motivo, la TCC è un tipo di psicoterapia breve e, a seconda di ogni singolo caso, il trattamento può durare da 6 settimane, fino a 6 mesi – 12 mesi. Le sedute si svolgono normalmente una volta alla settimana all’inizio, e poi una volta ogni due o tre settimane, e durano circa un’ora ciascuna. Con la TCC, le pazienti sono tenute a svolgere dei ‘compiti’ quotidianamente, come ad esempio tenere un diario dei loro pensieri negativi e delle loro sensazioni. Lo scopo è permettere al terapeuta di monitorare quali pensieri e interpretazioni degli eventi della vita da parte della paziente sono negativi, prevenuti e falsi. L’obiettivo è quello di aiutare la paziente a trovare delle prove che mettano in dubbio questi modelli di pensiero distorti e negativi, nonché aiutarla a imparare le strategie che incoraggino pensieri positivi e realistici.

Ad esempio, se una donna depressa vede una sua amica per la strada e la sua amica non la saluta, potrebbe pensare che la sua amica l’ha evitata di proposito, che è arrabbiata con lei o che non vuole più esserle amica. Potrebbe anche iniziare a pensare che lei non è degna dell’ amicizia di nessuno e così via. In tal caso, il/la terapeuta potrebbe trovare delle dimostrazioni che contraddicono le ipotesi della paziente. Ad esempio, se la paziente e la sua amica non hanno avuto discussioni e l’ultima volta che si sono incontrate sono state bene insieme, allora non c’è alcun motivo reale per sostenere l’ipotesi che l’amica voleva evitarla. Inoltre, sottolineando il fatto che la paziente ha degli amici, il terapeuta può screditare l’altra ipotesi sbagliata che la paziente non è degna dell’amicizia di nessuno. Il terapeuta dovrebbe anche offrire delle ipotesi alternative, più realistiche e positive, che la paziente potrà usare in futuro, facendole ad esempio notare che la sua amica avrebbe potuto essere sovrappensiero e quindi che semplicemente non stava prestando attenzione alle persone intorno a lei e, di conseguenza, probabilmente non l’ha vista e questo è il motivo per il quale non l’ha salutata.

Pensando all’esempio precedente, si comprende che la TCC riguarda la riprogrammazione del cervello in maniera tale da pensare in un modo positivo e realistico piuttosto che negativo e autolesionista. Proprio come con le cattive abitudini, è necessaria una rottura anche con gli schemi di pensiero negativi e con l’ interpretazione negativa  delle informazioni. Un terapista TCC ti mostra il modo per raggiungere questo obiettivo e, alla fine del trattamento, dovresti diventare ‘terapeuta’ di te stessa: sarai in grado di identificare le ipotesi sbagliate e le convinzioni negative, riuscirai ad ignorarle e a sostituirle con altre positive. Oltre a mettere in dubbio un modo sbagliato di pensare, la TCC incoraggia anche le pazienti a intraprendere attività che possano aiutarle ad avere esperienze positive, come iniziare un nuovo hobby o uscire con gli amici, al fine di rompere il ciclo di depressione, isolamento e rinuncia in cui molte persone depresse restano intrappolate [3].

Inoltre, nei casi in cui la paziente pensa al suicidio o ad atti di autolesionismo, il/la terapeuta può aiutarla a capire perché si sente così, a mettere in dubbio i suoi pensieri negativi, può mostrarle nuovi modi per affrontare lo stress emotivo e soprattutto aiutarla a risolvere i problemi che sta affrontando nella sua vita, così come aiutarla a trovare modi per migliorare il suo supporto sociale in modo da non avere più quel senso di disperazione [4]. Ad esempio, il terapeuta può spiegare alla paziente che il suo sentirsi impotente può derivare dal fatto che pensi (erroneamente) che non c’è modo di affrontare la situazione attuale e che l’unica possibilità che ha è la ‘fuga’ dalla situazione stessa, suicidandosi. Il terapeuta può mettere quindi in dubbio questi pensieri negativi e proporre pensieri alternativi, positivi e realistici. Può infatti mostrare alla paziente le modalità per risolvere adeguatamente i problemi che sta affrontando nella sua vita e introdurla in una rete di sostegno sociale dove può entrare in contatto con persone che stanno attraversando o hanno superato con successo situazioni simili.

In termini di disturbo da panico, la TCC è considerata uno dei trattamenti migliori. É infatti stato dimostrato che è più efficace dei farmaci [5] [6] [7]. In genere, i terapeuti TCC spiegano alla paziente che i sintomi dell’attacco di panico sono la normale reazione del corpo allo stress e, ancora una volta, viene messa in dubbio con delle dimostrazioni l’erronea convinzione della paziente che l’attacco di panico la porterà ad avere un attacco di cuore o un esaurimento nervoso. Ad esempio, quando la paziente pensa che ci sia qualcosa che non va con il cuore, il terapeuta può portare delle prove che vanno contro questa erronea convinzione come “A volte senti il cuore battere forte, fin nelle orecchie, ma è perché a causa delle tue paure ti concentri sul tuo corpo e ciò ti fa notare il cuore che batte. Quando lo senti diventi ansiosa e ciò lo fa battere ancora più forte perché i battiti diventano più frequenti”. Oppure, “Hai paura perché hai un senso di oppressione al torace per tutta la giornata, ma in realtà le persone con problemi cardiaci non lo hanno. Durante gli attacchi di cuore si avverte un dolore toracico solitamente forte e localizzato. La tua è tensione muscolare causata dallo stress da lavoro. Si attenua dopo aver dormito bene la notte e durante i fine settimana. Peggiora dopo una giornata stressante di lavoro” [8].

Il terapeuta aiuta anche la paziente a interpretare i sintomi in modo realistico anziché catastrofico. Ad esempio, quando la paziente capisce che il suo problema è la sua convinzione che ci sia qualcosa che non va con il cuore, il terapeuta può sostituire la sua interpretazione catastrofica dei sintomi dell’attacco di panico con una spiegazione più realistica come “Pensi di stare per morire a causa di un attacco di panico e questo pensiero ti fa diventare ansiosa, producendo molte altre sensazioni e attivando così un circolo vizioso”. Oppure, “Le distrazioni alle volte aiutano. Aiutano se il problema è causato da un tuo pensiero. Non aiutano se il problema è un attacco di cuore. Lo stesso discorso vale per quando vuoi scappare da una situazione. Questo non basterebbe a fermare un attacco di cuore ma ti fa sentire più a tuo agio e attenua i pensieri negativi”[8].

Molte persone affette da disturbi legati al panico infatti evitano di intraprendere determinate attività per paura di farsi venire un attacco di panico o, se stanno svolgendo tali attività, cercano di rallentare la loro respirazione se temono di stare per avere un attacco di cuore, si appoggiano a un muro o ad un oggetto se hanno paura di stare per svenire e cercano di controllare i loro pensieri se credono di stare impazzendo [9]. In realtà, non solo questi “comportamenti di sicurezza” non aiutano la persona a superare l’attacco di panico, ma possono effettivamente contribuire a mantenere il disturbo. Pertanto, parte del trattamento TCC per il disturbo da panico sta nell’esporre la paziente alla sensazione che percepisce come pericolosa facendola iperventilare o provare le vertigini. Lo scopo è quello di aiutare la paziente a rendersi conto che queste sensazioni non mettono a rischio la sua vita. Inoltre, alla paziente vengono insegnate tecniche di rilassamento come esercizi di respirazione per smettere di iperventilare e le viene insegnato a capire che le reazioni del corpo possono essere controllate [10].

Allo stesso modo, la terapia dell’esposizione è usata come trattamento efficace per il disturbo post traumatico da stress (DPTS), in quanto le persone che soffrono di questo disturbo assumono anche un comportamento di preclusione. Attraverso l’esposizione quindi il terapeuta cerca di rimuovere l’associazione che la paziente fa tra l’evento traumatico e, per esempio, il luogo dove è avvenuto tale evento, in modo tale che lo schema di preclusione che mantiene la paura venga rotto. L’obiettivo è quello di aiutare la paziente a rendersi conto che gli stimoli (per esempio, il luogo dell’evento) che ha associato con l’evento traumatico non sono pericolosi, che i ricordi dell’evento sono diversi dal trauma in sé e che i loro sintomi di DPTS non indicano che stanno perdendo il controllo o stanno per ‘impazzire’ [11].

Ci sono due tipi di terapia dell’esposizione: l’esposizione immaginativa, e l’esposizione dal vivo. Durante l’esposizione dal vivo, le situazioni che riguardano l’evento traumatico si confrontano con la vita reale: per esempio, la paziente potrebbe visitare il posto in cui l’evento ha avuto luogo. D’altra parte, con l’esposizione immaginativa la paziente rivive i ricordi traumatici, visualizzando l’evento traumatico e descrivendolo con  il tempo presente nel modo più dettagliato possibile, descrivendo anche le sue sensazioni [12]. L’idea è quella di aiutare la paziente a capire che si può affrontare una situazione che ritiene stressante senza che succeda niente di negativo, in modo da far scomparire l’ansia. Al fine di raggiungere questo obiettivo, alla paziente vengono insegnate delle tecniche di rilassamento prima di affrontare questi brevi e ripetuti confronti con lo stimolo stressante (immaginato o dal vivo). La paziente è invitata a utilizzare le tecniche di rilassamento quando affronta lo stimolo stressante in modo che alla fine questo non sarà più associato con la paura o con lo stress. Gli esercizi di gestione dell’ansia comprendono l’allenamento al rilassamento [13] e alla respirazione [14]. Il primo prevede il rilassamento muscolare progressivo attraverso la tensione e il rilassamento alternati di ogni principale gruppo muscolare del corpo, mentre con il secondo allenamento ci si esercita a fare respiri lenti e profondi (respirando con la pancia piuttosto che con il petto) e a fare delle pause tra inspirazione ed espirazione, così come tra un respiro e l’altro. L’inspirazione viene in genere eseguita attraverso il naso mentre l’espirazione attraverso la bocca. La terapia dell’esposizione è un trattamento estremamente efficace soprattutto se combinata con la sostituzione di modelli di pensiero negativo con altri positivi e realistici, come menzionato prima [15] [16].

LA TERAPIA INTERPERSONALE

La terapia interpersonale è principalmente focalizzata su come i problemi nelle relazioni attuali della paziente possano influenzare negativamente la sua salute psicologica. Pertanto, è compito del terapeuta aiutare la paziente ad identificare ed esprimere le sensazioni che ha nei confronti delle sue relazioni e quindi aiutarla a risolvere eventuali problemi che possa avere nei suoi rapporti. Il terapeuta esplora gli schemi radicati nelle relazioni della paziente che potrebbero portare a sensazioni spiacevoli e mostra alla paziente come, migliorando il suo modo di interagire con questi schemi, diminuiscano le sue emozioni negative. Analogamente alla TCC, la terapia interpersonale è un tipo di trattamento breve in cui il terapeuta cercherà di migliorare la comunicazione della paziente e le sue capacità di risoluzione dei problemi e proporrà comportamenti nuovi e più positivi. Tuttavia, a differenza della TCC, questa terapia non prevede ‘compiti a casa’ e si concentra su quattro punti interpersonali, indagando quali potrebbero influenzare negativamente la paziente [19]:

  • Lutto non risolto – per esempio, vivere un lutto prolungato dopo aver perso una persona cara.
  • Transizioni di ruolo – per esempio, il passaggio da figlia a madre o da donna single a moglie.
  • Controversie di ruolo – per esempio, confrontarsi con le aspettative diverse nella relazione tra marito e moglie.
  • Deficit interpersonali e sociali – per esempio, non essere in grado di iniziare una conversazione con uno sconosciuto.

La terapia interpersonale si è dimostrata essere molto efficace nel trattamento della depressione e proprio perché si concentra sulle relazioni di una persona con gli altri e come queste possano influenzare la sua salute mentale, potrebbe essere un ottimo tipo di trattamento per le vittime di abusi domestici che soffrono di problemi psicologici, dal momento che i loro problemi sono stati innescati dall’aver avuto a che fare con relazioni violente.

TERAPIE

Per informazioni sulle terapie consulta il tuo medico di base.

Non importa quale tipo di trattamento scegli di seguire: sii fiduciosa che la terapia psicologica funziona e che passo dopo passo sarai in grado di vedere e di sentire la differenza. Anche se può non sembrarti così in questo momento, ricorda che sei forte e trai altra forza dal fatto che un sacco di donne che si sono trovate nella tua stessa situazione sono riuscite a ottenere aiuto e a superare i loro problemi di salute mentale una volta per tutte attraverso un intervento psicologico professionale. Se altre ce l’hanno fatta puoi farcela anche tu.

[1] Fikree, F.F., & Bhatti, L.I. (1999). Domestic violence and health of Pakistani women. International Journal of Gynecology & Obstetrics, 65(2), 195-201.

[2] Yehuda, R. (2002). Post-Traumatic Stress Disorder. The New England Journal of Medicine, 346(2), 108-114.

[3] Martell, C.R., Addis, M.E., & Jacobson, N.S. (Eds.) (2001). Ending depression one step at a time: The new behavioral activation approach to getting your life back. New York: Oxford University Press.

[4] Kring, A.M., Johnson, S.L., Davison, G.C., & Neale, J.M. (2010). Abnormal Psychology (11th ed.) (p.250). Asia: John Wiley & Sons, Inc.

[5] Gould, E., Otto, M.W., & Pollack, M.H. (1995). A meta-analysis of treatment outcome for panic disorder. Clinical Psychology Review, 15, 819-844.

[6] DeRubeis, R.J., & Crits-Cristoph, P. (1998). Empirically supported individual and group psychological treatments for adult mental disorders. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 66, 37-52.

[7] Clark, D.M. (1994). Cognitive therapy for panic disorder. In J.D. Maser & B.E. Wolfe (Eds.), Treatment of panic disorder: A consensus development conference (pp.121-132). Washington, DC: American Psychiatric Association.

[8] Clark, D.M. (1996). Panic disorder: From theory to therapy. In P.M. Salkovskis (Ed.), Frontiers of cognitive therapy (p.330). New York: Guilford.

[9] Clark, D.M. (1996). Panic disorder: From theory to therapy. In P.M. Salkovskis (Ed.), Frontiers of cognitive therapy (p.327). New York: Guilford.

[10] Craske, M.G., & Barlow, D.H. (2001). Panic disorder and agoraphobia. In D.H. Barlow (Ed.), Clinical handbook of psychological disorders (pp.1-59). New York: Guilford.

[11] Foa & Jaycox (1999) as cited in Yehuda, R. (Ed.). (1998). Psychological Trauma, Review of psychiatry series volume 17, Washington, DC: American Psychiatric Press, Inc.

[12] Yehuda, R. (Ed.). (1998). Psychological Trauma, Review of psychiatry series volume 17, Washington, DC: American Psychiatric Press, Inc.

[13] Jacobson (1938) as cited in Yehuda, R. (Ed.). (1998). Psychological Trauma, Review of psychiatry series volume 17, Washington, DC: American Psychiatric Press, Inc.

[14] Clark et al. (1985) as cited in Yehuda, R. (Ed.). (1998). Psychological Trauma, Review of psychiatry series volume 17, Washington, DC: American Psychiatric Press, Inc.

[15] Foa et al. (1997) as cited in Yehuda, R. (Ed.). (1998). Psychological Trauma, Review of psychiatry series volume 17, Washington, DC: American Psychiatric Press, Inc.

[16] Marks et al. (1998) as cited in Yehuda, R. (Ed.). (1998). Psychological Trauma, Review of psychiatry series volume 17, Washington, DC: American Psychiatric Press, Inc.

[17] Rogers (1957; 1959) as cited in Prochaska, J.O., & Norcross, J.C. (2007). Systems of Psychotherapy: A Trans-theoretical Analysis (pp.142-143). New York: Thompson Books/Cole.

[18] Nichol, M. P., & Schwartz, R. C. (2008). Family Therapy: Concepts and Methods (8th ed.) (p.227). New York: Pearson Education.
[19] Kring, A.M., Johnson, S.L., Davison, G.C., & Neale, J.M. (2010). Abnormal Psychology (11th ed.) (p.43). Asia: John Wiley & Sons, Inc.