SINDROME DI STOCCOLMA

Se provate sentimenti positivi per la persona che abusa di voi e continuate ad amarla e a non lasciarla andare nonostante il modo in cui vi tratta, è un campanello d’allarme da non sottovalutare: potreste essere intrappolate in un legame paradossale, che fa soffrire ma di cui al tempo stesso non si riesce a fare a meno. Questa condizione è più comune di quanto si creda ed è nota in medicina come “Sindrome di Stoccolma”. Se questo è il vostro caso, probabilmente siete familiari con questo genere di pensieri: “So bene quello che mi ha fatto, ma lo amo ancora”, oppure “Non so spiegarmi perché, ma voglio che torni da me”, o anche “So che sembra assurdo, ma mi manca”.

La Sindrome di Stoccolma è un fenomeno per cui le vittime sviluppano sentimenti positivi, come empatia e compassione, verso il proprio aggressore; sentimenti che possono sfociare in una vera e propria condizione di dipendenza. Il Dizionario di Medicina Treccani definisce così la Sindrome di Stoccolma: “Particolare stato psicologico che può interessare le vittime di un sequestro o di un abuso ripetuto, le quali, in maniera apparentemente paradossale, cominciano a nutrire sentimenti positivi verso il proprio aguzzino che possono andare dalla solidarietà all’innamoramento.” Questo particolare fenomeno prende il nome da un famoso episodio di cronaca avvenuto nel 1973 a Stoccolma, dove due sequestratori tennero per 131 ore prigionieri quattro ostaggi i quali, all’indomani della liberazione, non solo non provavano alcun rancore verso i propri carcerieri, ma avevano addirittura sviluppato una forma di solidarietà nei loro confronti.

Molti studiosi di psichiatria si sono interrogati sul fenomeno, cercando di comprendere per quale ragione nelle vittime di abuso possa generarsi una simile lealtà irrazionale nei confronti della persona abusante. La conclusione a cui si è giunti è che questi sentimenti sono la conseguenza di un “legame traumatico”. Secondo numerosi studi, infatti, la condivisione di esperienze traumatiche avrebbe paradossalmente più potere di “legare” le persone, a causa del loro essere maggiormente “emotivamente intense” rispetto alle esperienze piacevoli. Ecco dunque spiegato il perché le tipiche “montagne russe” che si sperimentano in una relazione abusante – dove a momenti in cui la nostra sopravvivenza sembra in pericolo si alternano momenti di enorme sollievo in cui ci sembra di essere finalmente “al sicuro”- possono facilmente essere vissute o interpretate come “amore/affetto/attaccamento” dalla vittima. Un tipico ragionamento può essere: “Se provo questi sentimenti così forti, deve essere amore”. Purtroppo l’intensità emotiva che si genera con questo attaccamento non è dovuta all’amore, bensì alla paura e all’istinto di sopravvivenza.

In un legame traumatico, è proprio l’alternanza tra momenti di tensione e violenza e momenti di “quiete” a creare un legame esclusivo e strettissimo, che alle persone al di fuori della coppia sembra del tutto irrazionale. Amici e familiari di chi è vittima di abusi, infatti, sono spesso scioccati quando quest’ultima manifesta comprensione o empatia verso il partner che la abusa o quando dice di desiderare di tornare con lui.

Tuttavia, è importantissimo capire che se anche tu sperimenti una lealtà irrazionale verso il tuo aggressore, non sei “pazza” né “masochista”: le circostanze traumatiche – come il ciclo dell’abuso – , per loro natura creano legami fortissimi di dipendenza e di lealtà, anche nei confronti di chi ci fa del male. Questi attaccamenti sono in realtà una strategia di sopravvivenza inconscia: in situazioni di pericolo e di stress emotivo siamo infatti portate a cercare disperatamente segnali che ci diano sollievo dalla paura, che allevino la morsa dell’ansia, della tensione. Questo porta a interpretare i comportamenti violenti secondo una distorsione cognitiva, nutrendo speranze di cambiamento del tutto irrealistiche, o accettando giustificazioni inaccettabili.

Esempi concreti di questa strategia di difesa delle vittime, possono essere quando il partner-aggressore compie qualche piccola gentilezza, magari fatta a proprio stesso vantaggio, e la vittima interpreta questa piccola gentilezza come un segno che l’aggressore “non è poi del tutto cattivo”. Chi è vittima di abusi può anche interpretare come un segnale di gentilezza il fatto che, in un preciso momento, il partner abusante scelga di non ricorrere alla violenza quando invece ce lo si aspetterebbe. Se ad esempio ogni volta che riceviamo una telefonata il partner ci aggredisce per sapere con chi parliamo e una volta sceglie di non farlo, questa mancata violenza può essere vista come un atto di bontà, ossia un segno positivo che dà speranza e che ci riempie di gratitudine.

Un altro modo in cui la lealtà irrazionale può manifestarsi, è quella di giustificare le violenze del/la partner che abusa di noi a causa di informazioni sul suo passato che riguardano maltrattamenti e torti subiti e che ci fanno quindi sviluppare compassione ed empatia verso di lui/lei. L’idea che il nostro aggressore sia in qualche modo “vulnerabile” diventa quindi un’ulteriore conferma che dietro la persona “cattiva” ce ne sia una “buona”. Pensieri come “So che mi ha fratturato la mascella e le costole, ma lo fa perché ha avuto un’infanzia difficile” vengono proprio da questo sentimento di empatia verso chi abusa di noi, che giustifichiamo perché riteniamo “fragile”, o “in un periodo difficile”, o nel torto “ma non per colpa sua”.

Naturalmente anche questa è una distorsione interpretativa che aiuta la vittima a sopravvivere nel contesto dell’abuso. Per chi è al di fuori del legame traumatico, infatti, è facile riconoscere che un’infanzia difficile non giustifica assolutamente i comportamenti violenti, e che anzi spessissimo è una scusa che viene utilizzata dall’aggressore per suscitare commiserazione o per tenere la vittima agganciata a una speranza o a promesse di cambiamento, cambiamento che non si concretizzerà mai.

Un’ulteriore modo in cui la lealtà irrazionale può manifestarsi è proprio quella di interpretare ogni momento di quiete o ogni promessa dell’aggressore come un segnale di un possibile cambiamento, e di sperare che i propri comportamenti abbiano il potere di “cambiare” il/la partner o viceversa, di essere noi a renderlo violento/a se sbagliamo qualcosa. Anche sentirsi in colpa e assumersi la responsabilità delle azioni dell’aggressore può essere una strategia di sopravvivenza, infatti, in questo modo si ha la sensazione di avere il controllo sulla situazione traumatizzante. Se sei vittima di abusi, è importante che tu prenda coscienza che mostrare comprensione verso l’aggressore non cambierà assolutamente il comportamento abusante e che non c’è niente che tu possa fare per cambiare il tuo/la tua partner. L’alternarsi tra tensione e quiete infatti non dipende da ciò che tu fai o sei, ma è un caratteristico pattern di comportamento delle persone abusanti per mantenere il controllo nella relazione.

Assumere il punto di vista del partner abusante come tecnica di sopravvivenza non solo non ti aiuterà a produrre alcun cambiamento in lui/lei o a guadagnare alcun controllo sulla tua situazione, ma può falsare la tua prospettiva sino al punto di farti percepire come nemici le persone che invece cercano di aiutarti. Se ogni volta che cerchi un contatto con persone disposte ad aiutarti, il tuo partner reagisce con accuse, minacce e reazioni violente, è naturale avere paura delle possibili ritorsioni. Proprio per questa ragione molte persone vittime di abusi finiscono per accusare i propri parenti e amici della situazione e per chiedergli di non interferire più nella loro relazione e arrivano a interrompere ogni rapporto con loro, pur di evitare le reazioni violente del partner. In apparenza, sembra che la vittima abbia preso così le parti del partner che la abusa; in realtà, invece, la vittima cerca in questo modo di proteggersi il più possibile dalle conseguenze. Se una normale telefonata di vostra madre causa una discussione di ore, completa di minacce e accuse, da parte del vostro partner, chiedere a vostra madre di non chiamare più può sembrare di certo la soluzione “migliore” e “più sicura” per voi. Allo stesso modo, assumere il punto di vista del partner abusante come strategia di sopravvivenza può generare sensi di colpa irrazionali nei casi in cui venga coinvolta la polizia o si trovi finalmente il coraggio di denunciare la propria situazione, sensi di colpa talmente profondi da portare la vittima a non fare i passi necessari per uscire dalla propria condizione.

In effetti, non è assolutamente un caso che il 93% delle donne che ha subito violenza non denuncia il proprio aggressore. Tra i principali motivi per cui non si chiede aiuto, ci sono proprio queste dinamiche, tipiche della “Sindrome di Stoccolma” e dei legami traumatici, talmente potenti da distorcere il punto di vista della vittima e da portarla a non lasciare il proprio aggressore o a tornare da lui.

SINDROME DI STOCCOLMA E LEGAME TRAUMATICO: COSA FARE?

Se ti riconosci in questo articolo e pensi di essere legata al tuo aggressore da una lealtà irrazionale che non ti sai spiegare, stai probabilmente vivendo una condizione traumatica, che ti fa sperimentare la relazione in una prospettiva distorta, nel tentativo di sopravvivere al trauma.

Per uscire da questa condizione è necessario un percorso di tipo psicoterapeutico, oltre al sostegno di amici, familiari e persone vicine.

Se hai bisogno di qualcuno con cui parlare della tua situazione e valutare quale sia la strategia migliore per affrontarla, puoi recarti in consultorio e usufruire dei servizi di consulenza psicologica (qui l’elenco diviso per province) oppure in un centro antiviolenza (qui una lista divisa per regioni con i relativi contatti e indirizzi).