AUTOLESIONISMO E PENSIERI SUICIDI

Praticare atti di autolesionismo e avere pensieri suicidi può essere un’esperienza dolorosa e traumatica. Secondo alcuni luoghi comuni e convinzioni errate, le persone che praticano atti di autolesionismo e hanno pensieri suicidi lo fanno per attirare l’attenzione. In realtà, per la maggior parte, le persone che praticano atti di autolesionismo lo fanno perché vivono un dolore emotivo e psicologico talmente profondo che pensano che l’unico modo per gestirlo sia trasformarlo in dolore fisico.

Allo stesso modo, la maggior parte di chi ha pensieri suicidi non vuole morire: pensa al suicidio come via d’uscita da situazioni che causano intenso dolore e che sembrano impossibili da risolvere. La sensazione di sentirsi in trappola porta a pensare al suicidio come unica via d’uscita. Alcune persone accusano, ingiustamente, coloro che stanno avendo pensieri suicidi di essere egoiste perché non pensano alle conseguenze del loro gesto per coloro che restano. In realtà, chi pensa al suicidio non lo fa per egoismo, ma per disperazione poiché pensa davvero che non ci sia altro modo per porre fine al dolore che prova. Fortunatamente ci sono altri modi, modi positivi, per gestire situazioni dolorose e superare gli atti di autolesionismo e i pensieri suicidi.

Trovarsi a vivere in una relazione violenta può essere stressante e doloroso al punto da farti avere pensieri suicidi o praticare atti di autolesionismo. Infatti, studi scientifici hanno scoperto che vivere una situazione di violenza domestica costituisce un fattore di rischio per il suicidio [1]. Inoltre, circa il 25% delle vittime di violenza domestica pratica atti di autolesionismo [2]. In Italia l’ISTAT ha rilevato come a seguito delle ripetute violenze dai partner (attuali o precedenti), più della metà delle vittime soffra di perdita di fiducia e autostima (52,75%). Tra le conseguenze sono molto frequenti anche ansia, fobia e attacchi di panico (46,8%), disperazione e sensazione di impotenza (46,4%), disturbi del sonno e dell’alimentazione (46,3%), depressione (40,3%), nonché difficoltà a concentrarsi e perdita della memoria (24,9%), dolori ricorrenti nel corpo (21,8%), difficoltà nel gestire i figli (14,8%) e infine autolesionismo o idee di suicidio (12,1%) [3 http://www.istat.it/it/archivio/161716].

Attraversare una fase in cui si hanno pensieri suicidi e legati all’autolesionismo può farti sentire sola e isolata. Ma non devi necessariamente affrontarli da sola. Anche se ti sembra che le persone a te vicine ti giudichino per come ti senti o semplicemente non ti capiscano, ci sono altre persone che possono e vogliono aiutarti. Un/a psicoterapeuta ti ascolterà senza giudicare, con empatia e nell’assoluto rispetto della tua privacy. Visto che i pensieri suicidi e l’autolesionismo si manifestano assieme a disturbi dell’umore e episodi di ansia, alleviare questi ultimi riduce automaticamente l’incidenza di comportamenti autolesionistici. Se vuoi saperne di più sui più diffusi tipi di trattamento psicologico per capire quale ti può far sentire a tuo agio, puoi leggere qui.
In particolare, la Terapia Cognitiva Comportamentale (TCC) si è dimostrata molto efficace nel ridurre i pensieri suicidi [10] [11] [12]. La TCC infatti si concentra sul cambiare la forma dei nostri pensieri e comportamenti negativi, rendendoli positivi e concreti. Inoltre, ci aiuta a capire che le cose che percepiamo come minacciose e che ci causano ansia e paura in molti casi sono una minaccia solo nella nostra testa. Se restituiamo alla nostra mente la capacità di pensare in maniera realistica saremo in grado di rompere la spirale discendente della depressione e sentiremo di avere più controllo sulla nostra vita. Infine, attraverso la TCC possiamo imparare come gestire lo stress, risolvere problemi e chiedere supporto a chi ci sta vicino così da non sentirsi più perdute, senza speranza, sole o intrappolate in una situazione difficile [13].

Si dice che più una donna è stata traumatizzata e spaventata durante un episodio di violenza, più si sentirà impotente e incapace di difendersi [14]. Se vivi una relazione violenta, non devi sentirti responsabile di quello che stai subendo perché non ti stai difendendo. I partner violenti tendono a dare la colpa del loro comportamento alle proprie vittime, dicendo che se lo sono cercato e che se lo meritano. Queste falsità ripetute nel tempo possono condizionarti fino a farti credere che sia la verità, facendoti provare un senso di colpa e di vergogna che può portare a una serie di conseguenze negative. Un estremo senso di colpa e di vergogna a seguito di violenza subita aumenta il rischio di soffrire di disturbi da stress post-traumatico (DSPT) [15] e, come abbiamo detto, soffrire di DSPT aumenta la probabilità di sviluppare pensieri suicidi. Inoltre, se ti senti colpevole per quanto hai subito, rischi di coltivare la falsa speranza che, se sarai abbastanza attenta da non far arrabbiare il tuo partner, gli episodi di violenza cesseranno. Infine, se ti prendi la colpa e cominci a sentirti di meritare di essere trattata male sarai sempre meno convinta di mettere fine alla relazione violenta convincendoti di essere tu il problema invece del/della tuo/a partner. Non è difficile immaginarsi come ci si possa sentire intrappolate in una situazione del genere.

Se ti capita di avere pensieri suicidi o di praticare atti di autolesionismo, magari ti senti di aver raggiunto il capolinea e non hai alcuna speranza che le cose possano migliorare. Le emozioni negative che provi possono dare vita a pensieri che non sono veri (per esempio: ‘Non posso fare nulla per cambiare la mia vita, l’unica soluzione è farla finita’) bloccando pensieri positivi e realistici (come: ‘Sto attraversando un brutto periodo ma ci sono modi per superarlo, devo fare un piano per uscirne e parlarne con chi mi può aiutare’). Inoltre, le emozioni sono transitorie: così come prima non avevi pensieri suicidi arriverà un giorno in cui non avrai smesso di averli. La situazione in cui ti trovi ora non deve funzionare come una predizione per il futuro. Visitando CHAYN Italia hai fatto un primo passo per migliorare la tua situazione.

Se vuoi parlare con qualcuno di come ti senti puoi rivolgerti al Telefono Amico, chiamando il 199.284.284 dalle 10 alle 24, tutto l’anno. Oppure puoi rivolgerti ai volontari di Samaritans Italia che rispondono al 800 860022 dalle 13 alle 22 tutti i giorni. Il Telefono Rosa ha anche un numero gratuito da chiamare, il 1522, attivo tutto l’anno, 24 ore su 24.

Se vuoi aiutare una persona che sta pensando al suicidio e/o sta praticando atti autolesionisti, come prima cosa devi sempre tenere presente che questa persona sta soffrendo profondamente, che si sente sola e vulnerabile, e che la prima cosa di cui ha bisogno è qualcuno che l’ascolti senza giudicarla.

La tua amica ha bisogno di sentire che non è da sola e che ci sono persone che le vogliono tantissimo bene proprio per quello che è, senza se e senza ma.

Cerca di non suggerire cosa dovrebbe o non dovrebbe fare, perché potrebbe sentire che la stai trattando con condiscendenza. Resisti al bisogno di farle mille domande, perché potrebbe sentirsi sotto interrogatorio. Non credere al mito che dice che chi davvero vuole suicidarsi non lo dice a nessuno e chi invece ne parla lo fa solo per attirare l’attenzione, non è vero. Quasi i tre quarti di chi si toglie la vita parla delle proprie intenzioni [16] [17].

Infatti, come abbiamo detto prima, la maggior parte delle persone che pensa di togliersi la vita lo fa perché pensa di non poter gestire la propria vita: il suicidio sembra l’unica, disperata via d’uscita, ma spesso queste persone pensano al suicidio per disperazione, non egoismo.

Quindi, se la tua amica di confessa di praticare atti di autolesionismo o di pensare di togliersi la vita, per favore non prenderla alla leggera, e non rimproverarla. L’ultima cosa di cui ha bisogno è di sentirsi ancora più isolata.

Ricorda che ti sta chiedendo aiuto e perciò sii sensibile. Quello che fa non denota debolezza, per cui dire di ‘essere forte’, di ‘smetterla di lamentarsi’ e di ‘andare avanti’ non serve a niente. La tua amica si sente sopraffatta da pensieri e emozioni negative e molto probabilmente soffre di ansia e depressione.

Se sei preoccupata per un’amica che sta vivendo una relazione di violenza domestica, leggi la nostra sezione relativa a questo.

La cosa positiva è che, con il giusto aiuto, ci sono modi per superare questi problemi. Abbi speranza e sii forte per lei che al momento non riesce a esserlo.

Se vuoi saperne di più sui più comuni tipi di trattamento psicologico clicca qui.

[1] Ali, B.S., Rahbar, M.H., Naeem, S., Tareen, A.L., Gul, A., & Samad, L. (2002) as cited in Haqqi, S. (2008). Suicide and Domestic Violence: Could There Be a Correlation? The Medscape Journal of Medicine, 10(12), 287.

[2] Barrios, L.C., Evertt, S.A., Simon, T.R., & Brener N.D. (2000) as cited in Haqqi, S. (2008). Suicide and Domestic Violence: Could There Be a Correlation? The Medscape Journal of Medicine, 10(12), 287.

[3] Boyle, A., Jones, P., & Lloyd, S. (2006). The association between domestic violence and self harm in emergency medicine patients. Emergency Medicine Journal, 23, 604-607.

[4] Khan, M. (1998) as cited in Chowdhury, A.N., Brahma, A., Banerjee, S., & Biswas, M.K. (2009). Pattern of domestic violence amongst non-fatal deliberate self-harm attempters: A study from primary care of West Bengal. Indian Journal of Psychiatry, 51(2), 96-100.

[5] Chowdhury, A.N., Brahma, A., Banerjee, S., & Biswas, M.K. (2009). Pattern of domestic violence amongst non-fatal deliberate self-harm attempters: A study from primary care of West Bengal. Indian Journal of Psychiatry, 51(2), 96-100.

[6] Sheikh, M.A. (2000, 2003) as cited in Haqqi, S. (2008). Suicide and Domestic Violence: Could There Be a Correlation? The Medscape Journal of Medicine, 10(12), 287.

[7] Niaz, U. (2003) as cited in Haqqi, S. (2008). Suicide and Domestic Violence: Could There Be a Correlation? The Medscape Journal of Medicine, 10(12), 287.

[8] Jones, L., Hughes, M., & Unterstaller, U. (2001). Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD) in victims of domestic violence. Trauma, Violence, & Abuse, 2(2), 99-119.

[9] Davidson et al. (1991) as cited in Jones, L., Hughes, M., & Unterstaller, U. (2001). Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD) in victims of domestic violence. Trauma, Violence, & Abuse, 2(2), 99-119.

[10] van der Sande, R., Buskens, E., Allart, E., van der Graaf, Y., & van Engeland, H. (1997) as cited in Kring, A.M., Johnson, S.L., Davison, G.C., & Neale, J.M. (2010). Abnormal Psychology (11th ed.). Asia: John Wiley & Sons, Inc.

[11] Brown, G.K., Ten Have, T., Henriques, G.R., Xie, S.X., Hollander, J.E., & Beck, A.T. (2005). Cognitive therapy for the prevention of suicide attempts. Journal of the American Medical Association, 294, 563-570.

[12] Joiner, T.E.J., Voelz, Z.R., & Rudd, M.D. (2001). For suicidal young adults with comorbid depressive and anxiety disorders, problem-solving treatment may be better than treatment as usual. Professional Psychology: Research and Practice, 32, 278-282.

[13] Kring, A.M., Johnson, S.L., Davison, G.C., & Neale, J.M. (2010). Abnormal Psychology (11th ed.) (p.250). Asia: John Wiley & Sons, Inc.

[14] Jones, L., Hughes, M., & Unterstaller, U. (2001). Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD) in victims of domestic violence. Trauma, Violence, & Abuse, 2(2), 99-119.

[15] Riggs et al. (1992) as cited in Yehuda, R. (Ed.). (1998). Psychological Trauma, Review of psychiatry series volume 17, Washington, DC: American Psychiatric Press, Inc.

[16] Fremouw, W.J., De Perzel, M., & Ellis, T.E. (1990) as cited in Kring, A.M., Johnson, S.L., Davison, G.C., & Neale, J.M. (2010). Abnormal Psychology (11th ed.). Asia: John Wiley & Sons, Inc.

[17] Shneidman, E.S. (1973) as cited in Kring, A.M., Johnson, S.L., Davison, G.C., & Neale, J.M. (2010). Abnormal Psychology (11th ed.). Asia: John Wiley & Sons, Inc.