Diritto dell'immigrazione

In questa sezione troverai tutte le informazioni di cui necessiti se, oltre a voler denunciare il tuo partner o a chiedere la separazione o il divorzio, non sei una cittadina italiana, sei priva di un regolare titolo di soggiorno o quest’ultimo è legato a quello del compagno.

INDICE

1. LA MEDIATRICE CULTURALE
2. LA LEGISLAZIONE NAZIONALE E INTERNAZIONALE

La mediatrice culturale

La violenza domestica davvero non conosce nazionalità, ceto sociale, o religione che sia, tuttavia se non sei nata nel paese in cui vivi o comunque se non ne hai ottenuto la cittadinanza la tua situazione potrebbe essere un pò più difficile rispetto a quella di una donna italiana.

Soprattutto nel nostro paese le terribili leggi sull’immigrazione che si sono succedute negli ultimi anni non hanno di certo aiutato chi ha scelto di andare via dal proprio paese di origine e di trasferirsi in via definitiva altrove, rendendo sempre più impervia la strada per ottenere un regolare titolo di soggiorno. Se a questo tipo di difficoltà si aggiungono le conseguenze di una relazione violenta, è evidente come la tua situazione necessiti di una maggiore attenzione e sostegno.

Da donna e migrante potresti subire una doppia discriminazione, in quanto:

  • il tuo permesso di soggiorno potrebbe dipendere da quello di tuo marito,
  • se arrivi in Italia tramite il ricongiungimento familiare potresti essere costretta a dover tollerare situazioni impossibili per paura di ritrovarti clandestina,
  • se hai dei figli, si aggiunge il terrore di denunciare e di perdere la genitorialità, oltre ovviamente agli ostacoli della lingua, dell’isolamento, del timore della condanna da parte della comunità con i quali ti trova a doverti misurare tutti i giorni.

Alla luce di questo riteniamo che un primo consiglio che possiamo darti è quello di rivolgerti ad una mediatrice culturale.

Che cosa è una mediatrice culturale? Si tratta di una  figura professionale che ha il compito di facilitare l’inserimento dei cittadini stranieri nel contesto sociale del paese di accoglienza, esercitando la funzione di tramite tra i bisogni dei migranti e le risposte offerte dai servizi pubblici. [1] Dalla mediatrice potrai ricevere consigli e assistenza per iniziare questo percorso certamente non facile.

Ma entriamo un po’ più nel merito e cerchiamo di capire cosa ci dice prima il diritto internazionale e la legge italiana poi.

La legislazione nazionale e internazionale

L’Italia ha firmato insieme ad altri paesi europei la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul).

Tale convenzione ha come proposito quello di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli. Il testo della Convenzione si fonda su tre pilastri – prevenzione, protezione e punizione – ponendo particolare attenzione sui primi due, i soli in grado di sradicare una violazione dei diritti umani ormai sistemica in Europa e particolarmente grave. Si tratta del primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza. La violenza contro le donne è caratterizzata come una violazione dei diritti umani e come una forma di discriminazione. I paesi dovrebbero esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli. In particolare per quanto riguarda le donne migranti e le rifugiate è previsto che vi sia impegno da parte degli Stati membri a prendere misure legislative o di altro tipo allo scopo di garantire che la violenza contro le donne basata sul genere possa essere riconosciuta come una forma di persecuzione ai sensi dell’articolo 1 A (2) della Convenzione relativa allo Status dei Rifugiati del 1951, e come una forma di grave pregiudizio che dia luogo a una protezione complementare (art 60).

Ai fini della materia di cui stiamo trattando dobbiamo fare riferimento in particolare all’art 59 della Convenzione che prevede:

  1. Le Parti- cioè gli Stati- adottano le misure legislative e di altro tipo per garantire che le vittime, il cui status di residente dipende da quello del coniuge o del partner, conformemente al loro diritto interno, possano ottenere, su richiesta, in caso di scioglimento del matrimonio o della relazione, in situazioni particolarmente difficili, un titolo autonomo di soggiorno, indipendentemente dalla durata del matrimonio o della relazione. Le condizioni per il rilascio e la durata del titolo autonomo di soggiorno sono stabilite conformemente al diritto nazionale.
  2. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che le vittime possano ottenere la sospensione delle procedure di espulsione avviate perché il loro status di residente dipendeva da quello del coniuge o del partner, conformemente al loro diritto interno, al fine di consentire loro di chiedere un titolo autonomo di soggiorno.
  3. Le Parti rilasciano un titolo di soggiorno rinnovabile alle vittime, in una o in entrambe le seguenti situazioni:
  4. a) quando l’autorità competente ritiene che il loro soggiorno sia necessario in considerazione della loro situazione personale;
  5. b) quando l’autorità competente ritiene che il loro soggiorno sia necessario per la loro collaborazione con le autorità competenti nell’ambito di un’indagine o di procedimenti penali.
  6. Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che le vittime di un matrimonio forzato condotte in un altro paese al fine di contrarre matrimonio, e che abbiano perso di conseguenza il loro status di residente del paese in cui risiedono normalmente, possano recuperare tale status.

Come puoi leggere la Convenzione riconosce in maniera compiuta e abbastanza soddisfacente il diritto della donna migrante vittima di violenza a vedersi riconosciuta la possibilità, qualora il suo status di residente dipenda da quello del coniuge autore della violenza nei suoi confronti, ad ottenere un titolo autonomo di soggiorno.

Nella Convenzione però si parla di “conformità al diritto interno”, questo significa in altre parole (semplificando) che quanto appena detto trova applicazione se la legge nazionale (in questo caso quella italiana) lo prevede.

Dobbiamo allora fare riferimento in particolare all’art. 4 della legge 119/2013, che ha inserito nel testo unico sull’immigrazione (d.lgs 286/1998) l’apposita norma di cui all’art. 18 bis.

E’  previsto che il questore – con il parere favorevole dell’autorità giudiziaria o su proposta di questa– rilasci il permesso per consentire alla vittima straniera, priva di permesso di soggiorno, di sottrarsi alla violenza quando siano accertate situazioni di violenza o abuso e emerga un concreto e attuale pericolo per la sua incolumità.

Quindi il “permesso di soggiorno per le vittime di violenza domestica”, può essere rilasciato dalla Questura a cittadini comunitari ed extracomunitari, su proposta o con il parere favorevole della Procura della Repubblica.

Questo succederà quando nel corso di indagini per maltrattamenti familiari, lesioni personali, mutilazioni genitali, sequestri di persona, violenza sessuale o atti persecutori commessi in Italia “in ambito di violenza domestica” verranno accertate “situazioni di violenza o abuso nei confronti di uno straniero” e la sua incolumità è in pericolo perchè vuole sottrarsi alla violenza o collabora con gli inquirenti (ad esempio denunciando il colpevole).

Inoltre lo stesso permesso potrà essere rilasciato anche se le situazioni di violenza o abuso emergono nel corso di interventi assistenziali dei centri antiviolenza, dei servizi sociali territoriali o dei servizi sociali specializzati nell’assistenza delle vittime di violenza a cui puoi rivolgerti. Saranno questi soggetti a inviare una relazione al Questore con tutti gli elementi che gli permettano di valutare “la gravità e l’attualità” del pericolo per l’incolumità’ personale, e comunque sarà richiesto un parere dell’autorità giudiziaria.

Ma cosa di intende per violenza domestica? La legge lo spiega nel dettaglio: “Uno o più atti, gravi ovvero non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra persone legate, attualmente o in passato, da un vincolo di matrimonio o da una relazione affettiva, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.

Occorre tener presente che la norma è stata fortemente criticata dalle associazioni e dai centri antiviolenza che la ritengono contraria alla convenzione di Istanbul di cui hai potuto leggere sopra.

Le critiche si sono concentrate soprattutto sul ridotto contenuto dell’art. 18 bis T.U. immigrazione rispetto a quanto previsto all’art. 59 della convenzione di Istanbul. Infatti la tutela fornita dalla L. 119/2013 non deriva dallo stato di vittima, ma è vincolata al requisito del pericolo grave e attuale alla sua (della donna) incolumità che rappresenta solo le situazioni di alto rischio. In teoria, in assenza di un grave e attuale pericolo, la donna straniera non ha diritto al permesso di soggiorno pur se vittima di violenza domestica.

Inoltre, il pericolo deve derivare dalla scelta di sottrarsi alla violenza o quale conseguenza delle dichiarazioni rese, requisito che di fatto fa dipendere la possibilità di conseguire un autonomo titolo di soggiorno dall’attiva partecipazione al processo penale – come è implicito nella necessità del parere del pubblico ministero – e dalla possibilità di farsi seguire da servizi sociali specializzati che attesteranno il rischio per l’incolumità.

[1] Definizione INVALSI, Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e educazione.